Il programma Apollo e la fotografia

“Houston, we have a… camera!”

Oggi, con la tecnologia moderna, abbiamo innumerevoli soluzioni per portare attrezzatura fotografica nello spazio ma nell’epoca analogica, considerando che parliamo di 50 anni fa ormai, le cose erano ben diverse.

Il primo astronauta ad orbitare attorno alla Terra fu l’americano John Glenn e lo fece, ovviamente, portandosi dietro una macchina fotografica che fu scelta nella Ansco Autoset 35mm, fabbricata dalla Minolta, acquistata presso un normalissimo negozio e modificata (frettolosamente) per consentirne l’uso con indosso la tuta pressurizzata. E, in tutto ciò, la preoccupazione principale era quella di poter scattare immagini di altre nazioni in tempi di Guerra Fredda, laddove tali riprese sarebbero anche potute passare per un atto ostile. Tuttavia le immagini scattate da Glenn si rivelarono bellissime e nessuno ebbe a protestarne. Negli ultimi due voli del Programma Mercury (1962 e 1963) vennero poi utilizzate due fotocamere Hasselblad 550C di formato medio, non modificate.

A quanto pare il marchio svedese Hasselblad era molto gettonato dalla NASA alla stregua di altri prodotti europei.

Le Hassleblad vennero infatti utilizzate per tutte le successive missioni Gemini nel 1965 e 1966. Queste macchine univano ad una meccanica eccellente ed alla qualità indiscussa delle ottiche Zeiss, una grande facilità d’uso e la pellicola posta all’interno di caricatori rimovibili che potevano essere facilmente scambiati anche durante l’utilizzo. Una delle storiche missioni Gemini, la 4, vide la presenza a bordo di un secondo modello di fotocamera, una Zeiss Contarex 35mm, montata su una pistola a gas ed utilizzata da Ed White nel corso della prima storica passeggiata spaziale americana.

Si arrivò poi a fare “sul serio” in termini di conquista dello spazio e, soprattutto, di conquista del nostro satellite, la Luna. Ecco in cantiere il programma Apollo, un programma spaziale americano creato per lo sbarco dei primi uomini sulla Luna e per l’esplorazione del nostro satellite. Fu concepito durante la presidenza Eisenhower e condotto dalla NASA, ma ebbe la sua spinta maggiore dopo il celeberrimo discorso del presidente John Kennedy che, durante una sessione congiunta al Congresso americano del 25 maggio 1961, dichiarò come obiettivo nazionale far “atterrare un uomo sulla Luna” entro la fine del decennio.

Si svolse tra il 1961 e il 1975 e fu il terzo programma spaziale di voli con esseri umani (dopo Mercury e Gemini) sviluppato dall’agenzia spaziale civile degli Stati Uniti. Ovviamente per ciascuna delle tre famose missioni spaziali, fu dedicato tantissimo spazio alla possibilità di poter avere memoria di quanto si facesse e, pertanto, la fotografia ebbe un enorme risalto ed una importanza cruciale nel periodo.

Solamente dal dicembre 1968 al dicembre 1972, i 27 astronauti che viaggiarono fino alla Luna, compresi quei 12 di essi che passeggiarono sulla superficie del nostro satellite, oltre ai campioni di rocce, portarono sulla Terra innumerevoli immagini scattate e che, in ogni epoca, restano sempre fondamentali per permetterci di rivivere l’esperienza di quei viaggiatori: oltre 20.000 foto, di cui 6.500 sulla superficie lunare, sia a colori che in bianco e nero.

Prima dell’allunaggio del modulo lunare “Eagle” dell’Apollo 11, altre due missioni (Apollo 8 e Apollo 10) raggiunsero l’orbita lunare. Per la prima volta l’umanità poteva finalmente ammirare l’immagine della Terra come una sfera completa, grazie alle prime riprese a quella distanza. Resta impressa nella nostra mente la meravigliosa alba lunare catturata dagli astronauti con il sorgere della Terra al di sopra dell’orizzonte lunare.

Per la missione Apollo 8 vennero utilizzate per la prima volta le Hasselblad EL, tra le prime fotocamere dotate di motore automatico di avanzamento della pellicola. Compito facilitato per gli astronauti che dovevano solo preoccuparsi di impostare distanza, diaframma e velocità di scatto. Le due Hasselblad EL di Apollo 8 erano dotate di un obiettivo Planar da 80mm/f 2.8 (un obiettivo molto luminoso) e di un teleobiettivo Sonnar da 250mm/f 5.6.

Vennero utilizzati ben 7 caricatori di pellicola. Ciascun caricatore poteva essere utilizzato per 160 foto a colori o 200 in B&N. Le fotocamere, gli obiettivi e i caricatori erano stati opportunamente verniciati di nero per evitare qualsiasi problema di riflessi. Erano stati modificati anche gli agganci dei caricatori e i comandi del diaframma e della distanza per favorirne l’uso con i grossi guanti pressurizzati. Non in ultimo era stato rimosso il mirino (troppo piccolo per poter essere utilizzato con tutto il casco) e sostituito con un semplice anello per facilitare il puntamento. Del resto, se qualcosa fosse andato storto, di certo non si poteva tornare a rifare le foto come se si trattasse di una gita domenicale ripetibile!

Le pellicole utilizzate, su volere della NASA, vennero espressamente sviluppate da Kodak. Furono utilizzate:

  • Kodak Panatomic-X (pellicola B&N a grana fine, sensibilità 80 ASA)
  • Kodak Ektachrome SO-68
  • Kodak Ektachrome SO-121
  • Kodak 2485 (pellicola a colori supersensibile da 16.000 ASA).

Considerando che la missione Apollo 11 avrebbe avuto l’oneroso compito di portare il primo uomo sulla Luna, venne equipaggiata con una dotazione di tutto rispetto per l’epoca: ben 4 telecamere per le trasmissioni televisive, 3 Hasselblad 500EL e una fotocamera Kodak per immagini stereografiche. Delle 3 Hasselblad, una rimase a bordo del Modulo di Servizio e le altre due vennero portate sulla superficie lunare con il LEM (modulo lunare).

Tutte le fotocamere erano dotate del Reseau plate, ossia di una lastra di vetro con una serie di marcatori a croce incisi a formare una griglia. I marcatori risultavano visibili su ogni scatto realizzato e fornivano un metodo efficace per determinare le distanze angolari tra gli oggetti presenti nell’immagine. Non era una novità ad esclusivo appannaggio delle missione spaziali: i Reseau plate erano già comunemente utilizzati nella fotografia aerea (soprattutto quella di spionaggio) ed in quella scientifica su largo formato.

Il Reseau plate era rivestito di un sottile strato di materiale conduttivo per diminuire l’elettricità statica cagionata dallo sfregamento della pellicola durante l’avvolgimento. Questo per consentire che le cariche statiche generate (e che nel vuoto avrebbero potuto produrre scintille indesiderate) venissero scaricate tramite un sottile elettrodo di argento posto ai margini del Reseau plate, e collegato al corpo macchina.

Un altro espediente necessario fu il rivestire la superficie esterna delle fotocamere di un colore argento atto a favorire il mantenimento della temperatura di esercizio interna nelle condizioni di utilizzo sulla superficie lunare. Tutti i lubrificanti sovente utilizzati per le parti meccaniche in movimento, vennero ovviamente eliminati o sostituiti con sostanze diverse, più adatte all’ambiente ostile e mai prima sperimentato.

Anche i caricatori erano stati rifiniti nello stesso colore argento del corpo macchina ed erano tutti dotati di un anello che veniva utilizzato per caricare e scaricare dal LEM la macchina fotografica, sfruttando la stessa minuscola carrucola che favoriva il caricamento del materiale residuo e dei contenitori dei campioni di rocce lunari.

Fa quasi sorridere il fatto che le macchine fotografiche e gli obiettivi facevano parte della zavorra che veniva lasciata (per risparmiare sul peso) sulla superficie lunare prima del decollo dell’Ascend Module che si ricongiungeva con il Modulo di Servizio! Non riesco ad immaginare Hasselblad e lenti Zeiss abbandonate sulla Luna, seppure per il bene dell’umanità.

Per garantire che non ci fossero difetti nel processo di sviluppo e per garantire la corretta resa cromatica, vennero scattate alcune foto a terra con i rullini utilizzati per Apollo 11 e, alla fine della missione, questi scatti di test vennero sviluppati per primi.

La fotocamera stereografica della Kodak venne commissionata solo pochi mesi prima di Apollo 11. La tecnica della stereografia fu utilizzata per consentire lo scatto di foto tridimensionali della superficie lunare e delle rocce. Con una velocità di scatto fissa (1/100 di sec) veniva fornita di un flash elettronico integrato per l’eventuale illuminazione addizionale, laddove necessaria. La macchina forniva, per ogni scatto, due immagini della stessa area che veniva ripresa da due punti di vista leggermente spostati per poi consentire la creazione dell’effetto 3D.

Nei 5 allunaggi successivi alla missione dell’Apollo 11, fu utilizzata (grazie anche alla resa ed affidabilità ottenuta) la medesima attrezzatura fotografica. Solo con la missione Apollo 15, fu aggiunto alla dotazione portata sulla superficie, un teleobiettivo da 250mm. la missione Apollo 17 imbarcò ben 18 caricatori nel LEM e fu la missione che, in assoluto, scattò il maggior numero di foto dell’intero programma, trattandosi anche dell’ultima visto che già nei corridoi di Houston la decisione di sospendere il programma Apollo, trapelava ormai da tempo.

Gli astronauti vennero appositamente addestrati ad utilizzare le macchine fotografiche fornite. Ma all’epoca il problema principale non era tanto il destreggiarsi tra i vari comandi (diaframma, tempo di scatto e distanza) quanto imparare a centrare il soggetto senza utilizzare il mirino poichè la fotocamera era applicata sulla tuta e al centro del petto. Ecco perchè tutte le foto scattate durante l’addestramento, venivano sviluppate e sottoposte all’attenzione degli astronauti per mostrare loro gli errori ed attuare azioni correttive una volta nello spazio.

Di tante decine di migliaia di foto, restano tantissimi scatti fuori fuoco, mossi, bruciati e, naturalmente, con inquadrature decentrate rispetto al soggetto da riprendere.

Se oggi sulla bocca di tanti complottisti resta il dubbio di come la tecnologia dell’epoca ci abbia consentito di arrivare fino alla Luna minimizzando i rischi (morirono alcuni astronauti a terra durante i test ma nessun astronauta morì nello spazio durante le missioni Apollo), il mio pensiero si rivolge invece a quanto poteva essere delicato, complicato e molto poco gestibile, utilizzare, in quelle condizioni straordinarie, apparecchiatura fotografica analogica che, per quanto di grande qualità e funzionalità, non aveva certamente caratteristiche tali da poter essere usata agevolmente nello spazio. Almeno non come le nostre più moderne fotocamere digitali di oggi.

Eppure quegli astronauti sono riusciti nell’intento, consegnando alla memoria dell’umanità un tesoro di inestimabile valore che, oltretutto, è stato accuratamente scansionato per poter essere tramandato nel tempo.

Vi segnalo due cose molto interessanti.

Sul sito ufficiale di Hassleblad (in inglese) c’è una sezione molto interessante dedicata alla storia delle proprie macchine fotografiche nel programma spaziale americano.

Su questo link della NASA potrete trovare, a vostra disposizione, l’intero catalogo fotografico delle foto scattate durante le missioni Apollo.

L'autore

Michele Ricci

Inizia a 5 anni scattando di nascosto con la Nikon F2 di suo padre mostrando, da subito, di amare la fotografia più di ogni altra cosa. Osservatore curioso, viaggiatore incallito, camminatore infaticabile, cultore e divulgatore della materia, si divide tra fotografia di paesaggio, fine art, ritrattistica e street photography collaborando a svariati progetti professionali senza mai smettere di nutrire la propria passione personale.